L'estate di Elio                                                                 

Acrilico su carta di cotone 50x70

L'ESTATE DI ELIO

Il vento scostò la tenda dal vetro ed entrò nella villa. Il sole era ancora alto nel cielo.

La luce sempre intensa ed abbacinante.

Nonostante fosse già pomeriggio inoltrato, in villa dormivano ancora tutti.

 

La villa era stata costruita dal nonno del piccolo Elio quasi sessant'anni prima, quando sul retro correvano antichi i binari della ferrovia che collegava la piccola stazione del paese alla prima città più vicina, che distava all'incirca venticinque chilometri da lì. Sul fronte, vi era l'enorme distesa di spiaggia che faceva da collana alla baia dalle ripide scogliere che si innalzavano a dismisura dalla sabbia per raggiungere le alte vette ricolme di rosmarino e ciuffi di salicornia. Da tempi assai remoti quel luogo era popolato da flotte di gabbiani in volo, da stormi di pennuti chiassosi in transito e, talvolta, da balene che sostavano poco distanti dalla riva incuriosite dal fare operoso dei pescatori che si erano pure scelti quel luogo perché ricco di pace, cibo e tranquillità. Tra questi il nonno di Elio.

 

Quando il nonno di Elio scomparve la villa fu chiusa dal figlio e, per diversi anni, a malincuore, non vi tornò più nessuno. Trasferitosi lontano, il papà di Elio si sposò e nacque prima Ludovica, poi Giuliano, infine lui, Elio.

La villa e la sua baia non avevano però mai smesso di esercitare quel fascino irresistibile che solo i luoghi incantati sanno emanare, tant'è che ogni estate la famiglia vi trascorreva le vacanze fin da quando Ludovica aveva ventisei mesi. Ogni anno per ventotto giorni.

 

Elio si riconosceva in quel luogo ancor più che nella sua casa di città. Per tutto il tempo di permanenza estiva in quella baia passava ore ed ore in riva al mare in sacrale comunione con le onde, fantasticando (oppure no) di pesci a pois, di ancore di antichi velieri alla deriva, di sirene e tritoni che all'improvviso emergevano dall'acqua per schiantarsi poi di gran lena sul manto duro del bagnasciuga.

 

Ogni estate, ai suoi occhi, anfore ed orci che secoli prima erano stati ricolmi di olio affioravano lentamente dai fondali per sprigionare tutto il loro antico sapore. Una quantità considerevole di stelle marine marcianti gli sfilava di fianco e senza sciogliere le fila ogni mattina alle dieci in punto, quasi fosse un comando militare in missione speciale! Una popolazione di tartarughe a quadrettoni gli danzava intorno ogni dì verso le sedici e quaranta. I fichi d'india, che facevano da cortina sui bordi dei binari oramai abbandonati da quasi diciannove anni, si staccavano dalle pale della pianta a cui erano aggrappati e, grazie alle loro rotondità, balzavano dalla sabbia alla roccia della scogliera regolati da un gioco misterioso, come se lanciati da invisibili racchettoni.

 

Elio rideva a crepapelle e non poteva frenare le sue mani che impazzite battevano sulle ginocchia dalla contentezza, e si divertiva a schivare i rossi frutti puntellati di scuro saltellando di qua e di là quando il sole cominciava la sua marcia verso il tramonto, dipingendo sulla sabbia ombre così lunghe che quasi scalavano la scogliera fino a raggiungere le alte e profumate sommità.

 

Le sue copiose risate emettevano un suono molto particolare. Somigliavano al baccano stridulo di uno spettacolo circense, con ippopotami, elefanti e tigri del bengala, a musiche ancestrali, persino a sinfonie di cori di neonati tutti in fila nelle culle a reclamare il loro latte materno. Tutto questo accadeva ogni ventiquattr'ore verso le diciotto e trenta.

 

Elio aveva proprio un gran da fare. Questi suoi fantastici compagni di gioco lo rendevano felice e lui non desiderava davvero altro. Quando mamma e papà lo chiamavano dalla villa per comunicargli che il pranzo era pronto ad esempio, o più semplicemente perché lo avevano visto allontanarsi troppo, non si spiegavano il perché di tanto suo inapparente gesticolare, saltellare e vociare al vento, tant'è che si erano convinti che Elio avesse probabilmente fastidio delle forti correnti marine. Ai loro occhi, Elio trascorreva lì troppo tempo da solo, e vani erano sempre stati i tentativi di unirlo ai due fratelli più grandi che invece ciondolavano a branchi con le rispettive compagnie di coetanei, rispetto effettivamente ai quali vi era una considerevole differenza di età.

 

Elio aveva come tutti i bambini la passione per le automobiline. Mamma e papà gliene avevano comprate tante, ed erano veramente fatte bene e molto fedeli ai modelli originali. Elio aveva un parco auto di tutto rispetto. Ogni mattina lui se le portava sempre nella baia con le migliori intenzioni di gioco, le posizionava sulla sabbia tutte in fila sognando di partenze da gran premio, come  aveva visto in tv, e mosso da cotanta sensibilità  e affetto per loro, assai timoroso che la vernice si scolorisse troppo, le riparava sotto il suo grande ombrellone fantasia.

 

E faceva davvero bene! Quando tutto era pronto per la grande partenza accadeva che fossero sempre quasi le dieci, ed Elio veniva distratto da un suono ritmico che dapprima era parecchio soffocato e poi, secondo dopo secondo, diventava sempre più acuto e definito tant'è che a suo parere veniva sicuramente avvertito anche da tutti gli altri abitanti della baia: era la marcia delle stelle marine! Da quel momento, si poteva dire che avesse inizio la giornata fantastica di Elio, ed uno alla volta, quei meravigliosi compagni di gioco lo allietavano fino all'ora di rientrare nella villa, poco prima di cena, quando finito il balletto sfrenato dei fichi d'india ogni cosa si ricomponeva e riacquistava il suo ordine naturale,  le onde del mare tornavano a lambire dolci la sabbia scura della riva, i tritoni si inabissavano nelle loro profondità, le sirene pure guizzavano veloci all’orizzonte, ed Elio richiudeva l'ombrellone portandosi via le sue automobili.

 

Durante il giorno, capitava spesso che Elio notasse i gabbiani della baia sorvolare le piccole auto lì abbandonate in un segreto empatico affetto, desiderosi di colmare quel senso di solitudine che pareva le affliggesse, sicuri del fatto che all'interno di quell'involucro di alluminio e plastica vi fosse certamente un'anima da consolare.

 

Quando il vento entrò nella villa era l'ultimo giorno di vacanza della famiglia di Elio. Era il quattro di settembre e a breve la scuola sarebbe ricominciata. Come ogni anno infatti, era abitudine che si ripartisse a fine giornata, quando per strada vi sarebbe stata pochissima gente, e quel tanto in più che bastava per godersi fino alla fine la magia della villa e della sua baia.

 

Il vento perlustrò gran parte delle stanze che erano state accuratamente ripulite e sgomberate dai ricordi di quell'estate, fantastica più delle altre per il piccolo Elio. Tutto era stato coperto da grandi teli a righe panna e azzurro, con delicate frange color corallo che al passare del vento si muovevano scomposte senza far rumore. I petali di qualche fiore cadevano silenziosi. Una porta cigolava. Ogni traccia di cibo era stata ripulita. Il frigorifero dal grande sportello arancione con le maniglie in alluminio lucido non conteneva più nulla. Vicino alla porta finestra d'ingresso che dava sul mare parecchie valigie sostavano silenziose pronte per essere caricate nel Van. Al di fuori, poggiati a caso sul pavimento in cotto, qualche abito ed alcuni incarti che sarebbero serviti per il viaggio, che sarebbe cominciato immediatamente dopo il risveglio pomeridiano.

 

Poi, il vento riuscì e la grande finestra si chiuse all'improvviso svegliando qualcuno.

 

A distanza di quarant'anni da quel giorno, Elio stenta ancora a ricordare se avvertì il suono di quel vento entrato in villa, di una finestra che sbattè forte e, soprattutto, si domanda spesso se il suo intento era quello di avvisarlo del fatto che aveva lasciato tutte le automobiline sulla spiaggia dalla sera precedente, appena finita la danza dei fichi d'india, quando chiamato all'improvviso da sua madre le abbandonò accidentalmente sulla sabbia.  Se solo si fosse accorto di un minimo rumore probabilmente sarebbe corso alla finestra e, scostate le tende dal vetro, magari le avrebbe notate. Chissà, forse.

 

Ogni volta che questo pensiero gli giunge non può che sorridere, e ad Elio piace ancora pensare che le sue automobiline se le sarà sicuramente portate via il mare il giorno stesso della sua partenza dalla baia, l'estate successiva infatti non le aveva più ritrovate, con un’altissima ondata di schiuma bianca le avrà raccolte in un grande abbraccio e se le sarà trascinate con sé fra i colori cangianti del suo infinito, per allietare l'inverno dei tritoni e delle tartarughe a quadrettoni, per essere sicuro riparo delle stelle marine, che Elio si immagina ancora lì dentro pigiate le une sulle altre tra i sedili ed il piccolo volante, tutte strette, innamorate, e con le punte al di fuori dei finestrini. Che ridere!

 

Distratto da questo dolce ricordo d’infanzia da un'email di sua moglie appena apparsa sul pc, che lo invita a collegarsi ad alcuni link di luoghi meravigliosi in cui trascorrere le imminenti vacanze estive, anche se lui una mezza idea l'ha già, Elio si accorge che la notizia del giorno è il ritrovamento in mare, in un'area imprecisata del Mediterraneo, di un’antica imbarcazione punica con piccole e curiose escrescenze in prua a forma di sedili di automobili messi tutti in fila come al cinema.

 

Lo spettacolo immaginifico del mare, pensa Elio, sarà allora sicuramente proseguito anche senza di lui, dopo quell'estate fantastica, quelle a seguire, e per tutti gli inverni che era stato lontano da lì. Ma in particolare quella, dei gabbiani in volo, dei suoi giochi dimenticati, del suo forse diventare grande senza essersene accorto, con quel vento che entrò all’improvviso nella villa, fu un'estate davvero indimenticabile che ancora oggi ricorda…come in un’altalena di memorie fra lo spazio dell’essere adulti e l’idea di ciò che si era da bambini.

 

Quella, fu l’estate del millenovecentosessantacinque.

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